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Chiese - Luoghi di interesse storico e culturale

Chiesa San Bartolomeo
Sec. XVIII Inserita in uno scenario naturale di rara bellezza, la chiesa di San Bartolomeo è stata definita dall'architetto Portoghesi " una perla dentro le valve di una conchiglia". Le prime notizie della chiesa risalgono al XV secolo e, in base a quanto riferito dallo storico Carioti pare che non abbia subito gravi danni in seguito al terremoto del 1693. Tuttavia alcune fonti riportano l'anno 1752 come l'anno di inizio delle fasi di ricostruzione. La facciata a tre ordini documenta il momento di passaggio da un'architettura tardo-barocca ad una neoclassica. Il prospetto, infatti, avviato alle fine del settecento da Antonio Mazza fu rielaborato da Salvatore Alì e concluso nel terzo ordine solo nel 1815 da P. Ventura. Nel 1822 furono realizzati lo spiazzale e il cancello in ferro battuto ad opera di S. Alì. L'impostazione piramidale vede l'uso di colonne e lesene di stile diverso, dorico nel primo ordine, ionico nel secondo ed infine corinzio nell'ultimo, ospitante la grande cella campanaria, concluso da una cupola costolonata. Sul timpano arcuato del portale è stata collocata una statua della Madonna con Gesù bambino, mentre ai lati trovano posto quattro statue raffiguranti San Pietro, San Paolo del Marabitti, San Bartolomeo e San Guglielmo. L'interno, a navata unica, mostra una pianta a croce latina. Ai lati del portale di ingresso si trovano due monumenti sepolcrali marmorei, realizzati nel 1631 dallo scultore Francesco Lucchese, in cui sono conservate le spoglie di due illustri cittadini sciclitani don Vincenzo Miccichè e il padre di questi, don Giuseppe Miccichè. Confrate di San Bartolomeo, membro di una ricca famiglia nobile locale, don Giuseppe Miccichè svolse un ruolo importante durante la fase ricostruttiva della chiesa, in particolar modo della ristrutturazione della cappella maggiore. Dopo la sua morte se ne rispettò la volontà testamentaria: si realizzarono i due monumenti funerari e la tela della "Immacolata tra i santi Guglielmo e Bartolomeo", opera del pittore Francesco Cassarino, collocata nel braccio destro del transetto accanto alla cappella della Addolorata. Il gruppo statuario non datato e anonimo presenta le sculture del Cristo di Maria, Maria Maddalena e San Giovanni. Si tratta di sculture in legno rivestite di stoffa con le mani e la testa in cartapesta. Il Crocifisso, raggiunge effetti di crudo realismo ricorrente nella cultura figurativa popolare. Nello stesso braccio del transetto è conservata la "Santa Cassa", un reliquiario rivestito di argento del 1862, su cui è posto Gesù Bambino nudo popolarmente chiamato "Cicidda d'oro", portato in processione il giorno di Natale. Di grande interesse è la pala d'altare raffigurante il "Martirio di San Bartolomeo" opera di Francesco Pascucci datata 1779. La tela, realizzata a Roma e poi trasportata in Sicilia nel 1780, mostra il martirio del Santo. Nel braccio sinistro del transetto è collocato il Presepe settecentesco, che sostituì quello monumentale del '500, di cui non è rimasto alcun esemplare. L'incarico di rinnovare il Presepe fù affidato allo scultore napoletano Pietro Padula, che completò l'opera tra il 1773 e il 1776. Delle originarie 65 statue ne rimangono solo 29, ma non sappiamo se la scenografia con ruderi di architettura classicheggianti e gli affreschi della volta raffiguranti Dio Padre, risalgono all'intervento del Padula. Il paesaggio di grotte e rocce che circonda i personaggi rispecchia l'ambiente naturale della cava di San Bartolomeo ed i pastori che indossano abiti semplici ed usuali testimoniano gli usi e i costumi dell'antica società rurale. Nella cappella a sinistra di quella del Presepe, si trova la statua rivestita d'argento dell'Immacolata, realizzata nel 1850 dai fratelli Catera già attivi localmente. Gli stucchi del vano absidale furono curati direttamente da Giovani Gianforma, quelli della volta, delimitano tre dipinti di G. Battista Ragazzi con Allegorie dell'Abbondanza, della Legge e della Fortezza. Nella sagrestia si trova un'interessante tela raffigurante "La Deposizione", proveniente dalla chiesa conventuale dei padri Cappuccini di Scicli e trasferita nel 1923. L'opera, attribuita a Mattia Preti, presenta due temi: la deposizione del Cristo e lo svenimento di Maria.

Chiesa San Giovanni Sec. XVIII

Adiacente al Palazzo Comunale si trova la Chiesa di San Giovanni Evangelista. Essa fu fondata prima del 1300 e già in quegli anni fu istituita alla "Confraternita dei Nobili Bianchi", la quale si prodigò a Scicli compiendo opere di carità e di misericordia in favore della popolazione sino al 1860. Successivamente la chiesa fu ceduta ai monaci di San Benedetto i quali costruirono un monastero che diede impulso alle attività religiose ed economiche della città. La struttura crollò in seguito al terremoto del 1693, venne ricostruita a più riprese nella seconda metà del '700. La facciata ha un'impaginazione concavo convessa e presenta tre ordini, doppie semicolonne ne accentuano lo sviluppo verticale evidenziando lo stacco tra il partito centrale, convesso, e i due laterali, concavi. Nel primo ordine, scandito da colonne ioniche, si apre il portale d'ingresso, preceduto dalla bella scalinata che asseconda il movimento della facciata; due nicchie occupano i partiti laterali. Il secondo ordine, caratterizzato da colonne in stile corinzio, è abbellito dalla preziosa gelosia in ferro battuto. Nel terzo ordine viene ripreso l'ordine composito del secondo, chiuso da due piedistalli alle estremità. La facciata si chiude con un timpano spezzato nel quale è incisa la data di fine lavori (1803). L'interno, a pianta ovale, ha una fisionomia neoclassica. Ai lati, tra le semicolonne, addossati alle pareti curve, sono collocati quattro altari. La volta, a guscio di noce, presenta una decorazione ricca di stucchi e dorature ben lontani dal clima culturale tardo barocco. Nella parte alta del vestibolo, tre medaglioni raffigurano vedute paesaggistiche di Scicli. Inoltre, presso la sacrestia, è conservata un'opera del XVII secolo, il cosiddetto "Cristo di Burgos", di probabile provenienza spagnola che raffigura un Cristo crocifisso con la sottana sace.

Chiesa San Michele Arcangelo Sec. XVII - XVIII
E' una delle chiese più antiche di Scicli, ricostruita dopo il terremoto del 1693 in uno spazio condizionato da edifici già esistenti. L'architetto modicano Alessi iniziò i lavori nella seconda metà del 1700 utilizzando tutto lo spazio disponibile per formare una quinta scenografica che permettesse, nel lato destro, di scorgere la chiesa di Santa Teresa; i lavori si conclusero a metà del 1800 sotto la guida dell'architetto Fama di Palermo. Il prospetto della Chiesa presenta tre ordini che acquistano una conformazione leggermente convessa soprattutto nella parte centrale del portale, fiancheggiato da colonne corinzie culminanti con cornice intramezzata da uno scudo araldico. Il secondo ordine mostra un finestrone arricchito da ghirlande floreali e chiuso da una gelosia in ferro battuto. Infine il terzo ordine appare con un'impostazione neoclassica per la mancanza di colonne sostituite da piatte lesene terminanti con capitelli corinzi che inquadrano la cella campanaria. Il prospetto della chiesa si chiude in alto con un timpano triangolare. Di notevole interesse è l'apertura laterale della chiesa su Via F.M. Penna posta di fronte al portone principale di Palazzo Spadaro. Si tratta di un ingresso arrotondato da una liscia strombatura appositamente realizzata per non appesantire il prospetto laterale della chiesa e preceduto da cinque gradini che seguono l'andamento digradante della strada. L'interno ha un'aula ellittica preceduta da un endonartece biabsidato e conclusa da un abside semicilindrico. La decorazione policroma caratterizzata da innumerevoli stucchi, affreschi, pitture e sculture, la rendono una basilica unica nel suo genere. In particolare si segnalano decorazioni della metà dell'800 che riproduco strumenti musicali ai lati dell'organo, collocato su un balcone interno in ferro battuto sorretto da quattro colonne. Ai lati della navata su quattro altari minori si collocano delle tele raffiguranti: S. Agostino (XIX sec), S. Michele Arcangelo (XIX sec), l'Adorazione dei Magi (XIX sec) e un crocifisso ligneo (XV sec). Nell'abside, una tela di forma ovale rappresenta la Madonna delle Grazie (XVIII sec). A partire dal 1770 si iniziò a costruire il monastero omonimo che si sviluppa a triangolo a ridosso della chiesa.

Chiesa Santa Maria La Nova Sec. XVII - XVIII

Sorta con il nome di Santa Maria La Nova della Pietà, la chiesa di Santa Maria La Nova si trova collocata nel cuore della cava omonima. Cronologicamente ultima architettura ecclesiastica di notevole valore storico-architettonico, la chiesa presenta una facciata a tre ordini divisa in tre comparti da lesene. Nel primo ordine si apre l'imponente portale incorniciato da lesene terminanti in capitelli ionici, il secondo ordine mostra un finestrone inquadrato da lesene di eguale stile , il terzo ordine, infine, termina nella torre campanaria ornata da ghirlande e da una balaustra in pietra locale. Le complesse vicende progettuali e costruttive, sviluppatesi nell'arco di tre secoli hanno visto nel 1798 il rifacimento della parte absidale e la trasformazione delle strutture dell'aula centrale e della facciata. Con il progetto originario dell'ingegnere G. Venanzio Marvuglia i lavori di ricostruzione furono diretti dal Cardona e completati nel 1801 con gli stucchi di Emanuele e Domenico Ruiz. L'abside si sviluppa intorno alla grande tela "Natività di Maria", opera caratterizzata dall'impianto monumentale dei personaggi, la cui attribuzione è controversa. Considerata, fino a pochi anni fa, opera di Sebastiano Conca, in base ai recenti studi della Prof.ssa Siracusano, la tela dovrebbe essere attribuita a Tommaso Pollace e cronologicamente collocata tra la fine del '700 e gli inizi dell'800. La seconda fase edilizia riguardante le navate e la facciata risulta più tormentata. I lavori iniziarono nel 1817 ma proseguirono nel corso degli anni con svariati progetti e numerosi direttori di lavori fino al 1851, anno del completamento della volta decorata con gli stucchi del Gianforma uniformati a quelli del Ruiz dell'abside. L'apertura al culto avvenne nel 1857. Le fortune della chiesa sono fondamentalmente legate alle rendite di Pietro Di Lorenzo Busacca che, facendo testamento nel 1567, nominò erede universale del suo immenso patrimonio la Confraternita della Chiesa denominata allora Santa Maria della Pietà. Le navate laterali sono costituite da sei cappelle (tre per ogni lato), collegate tra loro e concluse da cupole emisferiche. Nel vestibolo della chiesa è possibile ammirare il frontone ed altre parti di ciò che resta del prospetto della prima chiesa di Santa Maria della Pietà costruita tra il VI e il VII secolo. Sul lato della navata, nella prima cappella si incontra l'altare di San Francesco di Paola, sotto un prospetto marmoreo di stile dorico contenente la statua di San Francesco che dovrebbe provenire dalla chiesa omonima demolita nel secolo '800. Nella seconda cappella, su un altare dal prospetto in stile corinzio, si trova una statua della Vergine Maria Immacolata. La statua lignea, ricoperta da lamine d'argento, secondo un anonimo fu scolpita a Napoli nel 1843 dal celebre statuista G. Petronzio e rivestita in argento nel 1844 da Don Silvestro Catera e figli. Le notizie sulle lamine d'argento sono confermate da un'incisione sul mantello di Maria. Nell'ultima cappella del lato destro si trova la nicchia in stile corinzio in cui è racchiusa la statua lignea policroma del Cristo Risorto, detto popolarmente "Uomo Vivo". Il Cristo, di notevole vivacità espressiva, è posto su una base di nuvole ed indossa un perizoma dorato ed un ampio mantello color amaranto. Dopo le prime ipotesi che facevano risalire l'opera al XIX secolo, recenti ricerche di M. Boscarino consentirebbero di assegnare l'opera allo scultore catanese F. Pastore che l'avrebbe realizzata nel 1796. Sul lato sinistro si aprono altre tre cappelle. Nella prima si trova un altare in stile dorico in cui si conserva una statua secentesca di San Giuseppe che tiene in braccio il bambino Gesù. Nella seconda cappella in un altare in stile Corinzio è conservato il prezioso e venerato simulacro della Vergine della Pietà. Composto da una scultura lignea seduta, col capo reclinato, una veste a fiori ed un mantello damascato, affiancata da due pie donne in piedi e da un Cristo deposto ed una croce di legno ricoperta da lamine d'argento; il simulacro ha origini alquanto oscure. Due sono le tesi per l'attribuzione: la prima vuole che l'opera sia di età bizantina e che sia stata trovata tra le macerie della chiesa di Santa Maria della Pietà in periodo normanno, la seconda è sostenuta da S. Santiapichi che considera la statua dell'Addolorata come facente parte di una sacra rappresentazione con 14 statue lignee eseguite da A. Monachello di Noto nel 1564. Nella terza cappella, su un altare in stile dorico, si trova una statua raffigurante la Madonna col Bambino detta delle "Nevi", che reca nella base la data 1496. Quale titolo questa scultura abbia avuto originariamente non ci è dato saperlo con certezza. La Madonna indossa una veste riccamente ornata, i bassorilievi collocati nella base, illustrano la vita di Sant'Anna: l'Incontro di Gioacchino con i pastori, la Nascita di Maria, l'Annuncio a Gioacchino. Nella volta si trovano cinque tele datate 1858 opera del pittore chiaramontano sac. G. Di Stefano, raffiguranti storie della vita di Cristo: l'Adorazione dei pastori, la Presentazione di Gesù al tempio, Gesù tra i dottori, Cristo e la Pie donne, Cristo deposto. Di un certo interesse è l'urna reliquiario in argento che presenta altorilievi e bassorilievi di diversi temi. Su uno dei due lati lunghi si trovano due putti che sorreggono un medaglione circolare con l'Addolorata sdraiata ai piedi del Santo Sepolcro sull'altro lato lungo si trova il medaglione con la natività di Maria, sui lati corti sono raffigurati San Guglielmo e San Giuseppe. Sui lati lunghi del coperchio è raffigurata Santa Rosalia ed in un altro il Martirio di S.Adriano, tema presente in una tela della navata destra. La chiesa Parrocchiale di Santa Maria La Nova nel Marzo 1994 è stata eretta Santuario Mariano Cittadino "Maria Santissima della Pietà".

Chiesa del Carmine e Covento Sec. XVII - XVIII

La fondazione del convento sarebbe avvenuta nel 1368; inizialmente fu annesso alla chiesa di San Giacomo Interciso, titolo successivamente sostituito da Santa Maria Annunziata. A testimonianza di tale sovrapposizione resta il fatto che un altare rimane dedicato alla Madonna Annunziata. La chiesa, la sua facciata e l'ala orientale del convento, risalenti al secondo Settecento, sono stati progettati dall'architetto Fra Alberto Maria di San Giovanni Battista, carmelitano dalla stretta osservanza e residente nello stesso convento. La facciata a tre ordini, realizzata in un sobrio e raffinato stile rococò, è divisa in tre comparti da fasce di lesene. L'elegante portale, decorato da motivi fogliacei, del primo ordine è sovrastato da un finestrone posto nel secondo. Il terzo ordine, che si sviluppa solo nella parte centrale, è concluso da una delle sette statue che adornano la facciata. La pianta della chiesa mostra un'unica navata preceduta da un nartece biabsidato con ampio coro sovrastante e terminante nell'abside semicircolare al centro della quale è posto un altare in marmo. I due lati delle navate sono scanditi da paraste di ordine composito che determinano sei nicchie, ospitanti altari marmorei. In cinque dei sei altari, opera di Tommaso Privitera di Catania, si trovano delle grandi tele, attribuite al pittore netino Costantino Carasi (XVIII secolo), rappresentanti l'Adorazione dei pastori, l'Annunciazione, la Trasfigurazione e due Santi Carmelitani. Altre pitture, tutte del secondo Settecento, si trovano lungo le pareti della navata, mentre sull'ultimo altare del lato sinistro si trova un Crocifisso di legno di cedro del '400. Sull'altare maggiore, in una nicchia, è collocata la statua della Madonna del Carmine, che regge sul braccio sinistro Gesù bambino, realizzata nel 1760 da Francesco Castro: la statua ha la testa e le mani in legno, la ricca veste è tutta in argento sbalzato con decorazioni floreali. Gli stucchi bianchi sono opera del Gianforma mentre quelli dell'abside furono realizzati da Salvatore Alì, incaricato, alla fine del XIX secolo, di rifare l'abside, la sagrestia e forse anche il campanile che riprende il disegno di quello della chiesa di San Matteo. La facciata del convento è articolata su un doppio ordine: nel primo si aprono i vani bottega ed il portico, che introduce al cortile; nel secondo appaiono una serie di finestre ed un balcone centrale arricchito da una ringhiera in ferro battuto. Sotto alcune finestre è scolpita la Croce dei Cavalieri di Malta (i Carmelitani appartenevano infatti alla provincia religiosa di Gerusalemme). Il cortile è stato vittima di rimaneggiamenti, solo il lato meridionale e quello settentrionale hanno conservato l'aspetto originario. Sui due lati si trovano due logge sovrastate da una nicchia che ospita la statua della Madonna.

Chiesa Madre di S. Ignazio Secolo XVII - XVIII
È una tra le più antiche chiese ancora aperte al culto in città; è la sede della matrice dal 1874, da quando, cioè, venne chiusa la chiesa di San Matteo; nel 1986, per decreto vescovile, è stata intitolata a San Guglielmo Eremita. Era annessa al convento dei Gesuiti, che nel 1961 fu demolito per far posto all'attuale edificio scolastico. Fu distrutta assieme al collegio, ancora in costruzione, dal terremoto del 1693, e successivamente fu ricostruita; sembra che i lavori si siano conclusi intorno al 1751, visto che tale data compare sulla facciata della chiesa. I disegni del progetto originario relativo alla costruzione prima del terremoto, sono attualmente conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. La facciata, conclusa da un timpano mistilineo, presenta due ordini, con una superficie movimentata da lesene a da controlesene, comprendenti quattro statue collocate su piedistalli e decorazioni con testine di putti e motivi fogliacei. Il secondo ordine è affiancato ai lati da due campanili cuspidati e concluso da un timpano con cornice concavo-convesso; al centro è collocato uno degli orologi civici della città. La chiesa, al suo interno, è a pianta basilicale a tre navate: la navata centrale è separata da quelle laterali da grossi pilastri a cui si appoggiavano delle semicolonne. Le navate laterali sono suddivise in tre cappelle, di cui due di esse sono dedicate ai santi patroni della città. Una è in onore alla Madonna delle Milizie, il cui simulacro di cartapesta raffigura la Madonna guerriera con il mantello azzurro e la spada sulla mano destra, seduta sopra un cavallo bianco impennato sulle zampe posteriori, sotto il quale si trovano due saraceni schiacciati. Non si conosce la provenienza del simulacro, ma si hanno notizie della tela raffigurante la Madonna durante la battaglia tra i normanni e i saraceni avvenuta, secondo la leggenda, nel 1091 sulla costa sciclitana. Realizzata da Francesco Pascucci nel 1780, proveniente dall'Eremo delle Milizie, si trova oggi collocata tra la seconda e la terza cappella. Provenienti da altre chiese sono i dipinti della Madonna del Carmine coi santi carmelitani di Pietro Azzarelli (1731) e la tela coi santi in sacra conversazione. La terza cappella è dedicata a San Guglielmo: qui è conservata una grande arca laminata realizzata tra il '600 e il '700, al cui interno sono custodite due reliquiari (probabilmente realizzati da argentieri palermitani) con il busto contenente le ossa del santo. Particolarmente interessante è il pannello dell'urna in cui è rappresentata la città di Scicli. Ai piedi della cappella si trova una lapide in marmo recante la data del 1565 proveniente dalla chiesa di san Matteo. La navata di sinistra si conclude con la cappella del Santissimo Sacramento. Nella navata destra si trova un dipinto di Antonio Manoli (1721), raffigurante una veduta di Scicli seicentesca con San Guglielmo.

Chiesa Santa Maria della Consolazione Sec. XVII - XVIII

È la prima chiesa che si incontra percorrendo la profonda cava di S.M la Nova; giace su un ampio basamento pavimentato con antiche basole, elevato rispetto al piano stradale. Si tratta di una chiesa nella quale è possibile riconoscere più fasi edilizie: nel XV secolo è attestata la presenza di un tempio dedicato a S. Tommaso Apostolo, nella seconda metà del '600 fu riedificata per essere, infine, ricostruita dopo il terremoto del 1693. E' caratterizza da una facciata piana a due ordini: nel primo lesene tuscaniche la dividono in tre parti. Al centro spicca un sobrio portone sormontato da un cartiglio; lateralmente si ripete, in modo simmetrico, lo schema porta-nicchia-finestra. Il secondo ordine comprende quattro lesene composite che inquadrano la finestra balconata dalla quale penetra la luce che illumina l'intera navata centrale. Chiude superiormente la facciata un timpano triangolare. Sul prospetto si legge ancora il titolo di Patrona Civitatis concesso dal re Filippo IV di Spagna nel 1645. L'interno della basilica è a tre navate separate da pesanti e bassi pilastri. Ai lati si sviluppano tre cappelle con volta a botte e l'abside semicircolare coperto da cupola ribassata. Singolare è il pavimento interno della chiesa, a motivi geometrici e floreali, interamente realizzato con pietra calcarea bianca e pietra pece nera, tipiche degli Iblei. Il fondo dell' altare maggiore è occupato da una tela, di cui non si conosce l'artista, raffigurante Cristo con le anime del Purgatorio, della seconda metà del XVII secolo; le cappelle laterali ospitano due eccezionali statue lignee che richiamano la Flagellazione di Cristo e Cristo con le mani legate. Caso unico a Scicli è il campanile isolato che termina con una cuspide arricchita da cangianti maioliche. Esternamente sul lato destro della chiesa si conserva un eccezionale portale d'accesso da attribuire ad un tempio cristiano che qui esisteva prima del sisma del 1693; è in stile gotico con bassorilievi che richiamano scene della vita e del martirio di S. Tommaso Apostolo.

Chiesa S. Teresa Sec. XVII - XVIII
La chiesa era annessa, sotto il titolo di S. Chiara, all'ex monastero di S. Teresa, fondato nel 1660 dai Carmelitani Scalzi, in cui, nel 1673, venne istituita la clausura. Raso al suolo dal terremoto del 1693, il monastero venne ricostruito tra il 1715 e il 1719 dal capomastro Giuseppe Puccia. Molto interessante è la chiesa nella facciata rettangolare, racchiusa da due paraste di ordine tuscanico e conclusa da un loggiato a tre arcate, al quale si affianca la piccola cella campanaria. Il portale d'ingresso è sovrastato da una finestra quadrangolare quadribolata finemente lavorata, con una balaustra sottostante e borchie floreali ai quattro angoli, presentando i caratteri tipici del rosone. Lo spazio interno tardo barocco è a navata unica,preceduta da un profondo nartece e conclusa da un'abside rettangolare. Quattro cappelle si dispongono sulle pareti laterali, inframezzate da colonne poggianti su alti piedistalli. Sull'altare centrale è collocata un'opera, che ha per soggetto S. Teresa, dipinta dal canonico Don Filippo Fangelli nel 1698; sull'altare del lato destro si colloca una tela con la Madonna in trono tra i Santi, datata 1761; mentre sull'altare del lato sinistro è situato un crocifisso decorato da cornici lignee a motivi floreali. Nel 1854 il pittore chiaramontano Don Gaetano Di Stefano eseguì le pitture a fresco della volta della navata e le tre tele relative alla vita di S. Teresa. La tela della volta dell'abside, raffigurante la Natività, dovrebbe essere opera del pittore romano Lorenzo Rota. Il pavimento, eseguito nel 1757 in pietra ragusana bianca e nera, è uno dei più interessanti per le forme geometriche. "....La cura con cui fu trattato ogni minimo particolare rende questo spazio stretto e lungo densamente spirituale, soprattutto per la complessa ornamentazione della parete di fondo, vero e proprio paradiso artificiale, al centro del quale domina un'aquila con intorno putti e angeli, nuvole, fiori, frutta, foglie, conchiglie, allegorie e santi, uno spazio che permette una fruizione voluttuosa e seducente dei misteri della fede, in questo contesto satura di luce bianca." (P. Nifosì) La chiesa rimase aperta al culto fino al 1950, solamente attorno al 1960 il Vescovo di Noto la cedette al Comune, il quale, dopo aver apportato degli interventi di restauro, ha reso questo spazio disponibile ad accogliere iniziative culturali e sociali. Attualmente il Monastero è stato trasformato in abitazioni private.

x info: comune di scicli